sabato 27 settembre 2014

Vorrei pregarti per questa terra di terra


Mentre gli uomini  inquinano, degradano e devastano, vorrei pregarti, o Dio, per questa terra: per questa terra in senso proprio, questa terra di terra, questo cielo d’aria e non per quello metaforico, popolato dagli angeli: per questo cielo nostro, questo cielo di nuvole e di vento, percorso dalle ali degli uccelli. 
Questo mondo di terra, di cielo, di acque, di piante, di animali tu ce l’hai preparato, Signore, e ce l’hai consegnato nelle tue mani perché lo custodissimo.  Era la nostra casa ed è tuttora- anche inquinata – la nostra abitazione, la nostra patria e non già il nostro esilio come una falsa ascetica ci ha voluto far credere.
Tu, Signore, non hai creato una prigione ne ci hai messi in esilio: nella nostra patria ci hai collocati, nella casa che avevi amorosamente preparato per noi, sulla nostra misura e amore e gusto di vivere; così come l’uccello o l’animale del bosco prepara il nido o la tana sulla misura e le necessità della sua prole. E non hai creato un Deserto ma un giardino: il giardino dell’Eden. E facciamo pure spazio a tutte le licenze di un genere letterario da non prender parola per parola, ma resta sempre il messaggio di fondo di una creazione bella e buona predisposta da te per i nostri bisogni e – perché no? – i nostri diletti e nostri svaghi: quando guardiamo il cielo e i cumuli di nubi candide che si fan rosa, nel tramonto, godendone lo splendore e il pallore, la levità, l’accensione e la dissoluzione nel crepuscolo che trascolora da rosa a viola per spegnersi nella notte profonda. Questa è la patria bella che tu ci hai dato. Poi ha un po’ di ragione anche la falsa ascetica) allontanandoci da te, ci siamo allontanati anche dal nostro mondo e la patria si è fatta un  poco esilio; non tanto, tuttavia, da non poterlo ancora chiamare e sentire patria nostra, anche se una patria ancora più nostra e vera ci attende  alla fine della vita, alla fine dei tempi o anche, in parte, alla fine del nostro tempo di purificazione: in quel “ritorno nell’Eden “di cui parlano i Padri e che comincia nella  nostra esistenza per compiersi di là, come l’ingresso nel Regno (e non è forse l’Eden un suo simbolo?) Ecco quindi che siamo già nella nostra patria e non ci siamo ancora pienamente, e questo mondo che pur sentiamo tanto congeniale, dobbiamo ancor più pienamente conquistarlo; e non tanto con le vittorie tecniche, quanto con un dominio interiore, che a lui ci renda più apparentati.
Perciò la nostra preghiera per la terra si fa preghiera per noi: per il nostro rispetto, la nostra armonizzazione, la nostra consonanza.
·       Dacci rispetto per ogni animale e ogni pianta;
·       Facci comprendere che non solo la rosa è bella, ma anche i rovi e le ortiche dei fossi; e non soltanto la farfalla, ma anche il bruco che rosica le foglie e il lombrico che, umile e paziente,  scava le sue gallerie sotto la terra rendendola più soffice e più fertile.
·       Dacci un cuore per amare le rose e le spine, la rugiada e anche il fango.
·       Dacci occhi attenti per cogliere le accensioni dei tramonti e i pallori delle nebbie, i doviziosi rossi e le sfumature morbide di grigio, lo splendore del sole e il pallore della luna.
·       Dacci orecchie sensibili per ascoltare lo scoppio del tuono e il fruscio della brezza, il canto del gallo mattutino e il tonfo della rana nello stagno.
·       Dacci narici attente per cogliere l’inebriante profumo della prima erba e l’odore amaro delle foglie cadute e macerate, la fresca fragranza dei fiori e il sentore greve della terra crepitante nel sole.
·       Dacci mani amorose per sfiorare la frescura del prato e la scorza rugosa delle piante, per impastarsi con la terra e affondarsi nel pelo morbido di un gatto. 
Quest’ascolto del mondo, che entra da tutte le porte del corpo, è una premessa, una preparazione, una pedagogia che ci introduce all’ascolto di te.
Perché l’attitudine all’accoglienza non si improvvisa; e, se non sappiamo ascoltare i suoni, i rumori e i mormorii del mondo, non sapremo neanche ascoltare la tua voce che è più sottile della brezza dell’aria.
E questo nostro dolce mondo, ti prego, Dio, fallo risorgere tutto, così com’è, perché è così com’è  che noi l’amiamo, ed è così com’è che lo attendiamo, quando “i cieli nuovi” e “le terre nuove” che ci hai promesso risorgeranno dal gran rogo finale. Certo non ci saranno i terremoti, le alluvioni, le inondazioni, ma i temporali si, dacceli anche di là; Signore: i temporali con le nubi nere, gli scrosci freschi e poi l’arcobaleno. E i tramonti, le nuvole, le stelle; la luna che si specchia nello stagno e la rana che dentro nuota e gracida, i cani che abbaiano nella notte e le lucertole sui muri assolati. Ti prego,  non dimenticartene, Signore, perché io aspetto di trovarle di là. Se non ci fossero ne resterei delusa; e  in paradiso non può starci delusione. Per farci felici senza il nostro universo dovresti fare un miracolo. Non farlo, Signore, ma ridacci  piuttosto questo mondo: questo mondo abitato da te. E la nostra felicità sarai tu, certamente, e il mondo sarà appena uno spicciolo di gioia, a paragone del tuo splendore e del tuo amore; però non lesinarci questo spicciolo, perché nella gioia grande c’è posto anche per la piccola e accanto all’abisso del tuo insondabile mistero c’è posto anche per il frinir di una cicala.

Adriana Zarri
Capitolo tratto da
“quasi una preghiera”



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